Cina elettrica: il futuro che già scorre silenzioso

di Pierluigi Grimaldi
foto di Piermanuele Sberni

A Shanghai te ne accorgi al primo semaforo, prima ancora che dai grattacieli: il traffico non fa rumore. Migliaia di auto private, taxi e bus scivolano via in silenzio, distinguibili dalla targa verde, quella che in Cina è riservata ai veicoli a nuova energia. È febbraio, fa freddo, la nebbia sospesa sul Bund attutisce ogni cosa, ma quel silenzio urbano è di un’altra natura: non è meteo, non è cortesia orientale, è politica industriale travasata nel paesaggio sonoro di una metropoli da venticinque milioni di abitanti. Salire su un taxi alle sette del mattino in pieno traffico di Pudong, e non sentire un solo motore termico, è un’esperienza che, banalmente, in Europa non è ancora possibile.

Il tassista — giubbotto Northface, radio che canticchia mandopop a basso volume — non fa nulla di speciale. Non spegne il motore al semaforo perché non c’è motore da spegnere. Quando frena, ricarica. Quando accelera, lo fa con una dolcezza che dopo due settimane diventa la nuova normalità. La targa verde, mi spiega in inglese stentato, gliel’ha data il Comune. Gratis. Per quella blu, riservata alle auto a benzina, gli avrebbero chiesto in asta più di tredicimila euro: il prezzo di una piccola utilitaria europea, solo per il diritto di immatricolare. Sopra al diritto di acquisto. È così da diversi anni. Ed è il motivo per cui i taxi a Shanghai sono praticamente tutti elettrici.

Shenzhen, dove il futuro è già passato

Novecento chilometri più a sud, a Shenzhen, la sensazione si conferma e si radicalizza. La città ha completato l’elettrificazione totale del trasporto pubblico nel 2017, prima al mondo: tutti gli autobus urbani — oltre sedicimila — viaggiano a batteria, e così tutti i taxi. Non c’è altro modo di muoversi pubblicamente, in questa città di dodici milioni di abitanti. Nemmeno volendo.

Salire su uno di questi autobus è un’esperienza più che istruttiva. Il rumore è quello del condizionatore. L’accelerazione è dolce. Il conducente parla a bassa voce con la passeggera davanti. Per l’osservatore italiano colpisce la routine: nessuno, a Shenzhen, sembra rendersi conto di stare vivendo un esperimento globale. È diventato semplicemente “il modo in cui ci si muove”. Non è un caso che proprio qui abbia il suo quartier generale BYD — Build Your Dreams — l’azienda fondata nel 1995, partita dalle batterie ricaricabili per cellulari, oggi primo costruttore mondiale di veicoli elettrici. Davanti a Tesla. La dimensione del sorpasso, da italiani, va apprezzata: è avvenuto nel 2024, ed è la prima volta nella storia. Eppure, nelle pagine di economia dei nostri giornali, è passato come una nota a margine.

Numero 2/2026 10foto in alto Pony, taxi con guida autonoma, senza conducente. Nel tondo, l’app per gestire la corsa.

Shanghai, la grammatica delle targhe

Se Shenzhen è il laboratorio della flotta pubblica, Shanghai è quello della flotta privata. Qui il meccanismo non è la coercizione amministrativa — i taxi della tua città sono elettrici, punto — ma una raffinata ingegneria degli incentivi che, vista dall’Italia, ha del paradossale. Lo strumento centrale è la targa, come accennato. In Cina le auto a nuova energia ricevono una targa verde; le termiche e le ibride non ricaricabili ricevono la blu. A Shanghai chi sceglie l’elettrico ottiene la targa verde gratuitamente, in un paio di settimane di pratica burocratica. Chi compra un’auto a benzina, invece, deve aggiudicarsi la targa blu in un’asta mensile dove i prezzi viaggiano stabilmente sopra i tredicimila euro. Solo per il diritto di mettere quattro ruote in strada.

È un dispositivo regolatorio elegante e brutale. Il governo non vieta i motori termici: semplicemente li rende economicamente perdenti. La leva ha prodotto numeri che a Roma o Milano sembrano ancora fantascienza: quest’anno più di un’auto nuova su due, fra quelle immatricolate da privati a Shanghai, è elettrica pura. Sopra a tutto, dal 2019, vigila l’occhio della Tesla Gigafactory di Lingang — cinquanta chilometri di autostrada da Shanghai centro — prima fabbrica al mondo posseduta interamente da un costruttore straniero in Cina e, oggi, lo stabilimento Tesla più produttivo del pianeta. La sera che ci sono passato davanti, il convoglio di bisarche cariche di Model Y diretto verso il porto sembrava non avere fine.

Sopra i parchi, sotto le strade

La cosa che ti spiazza, quando arrivi, non è l’elettrico. È un suono che non riconosci. Un sabato pomeriggio, a Shenzhen Bay Park — una distesa di prati e palme che separa la metropoli dalla baia di Hong Kong — vedo una signora sui sessant’anni che, seduta con la nipotina su una panchina, controlla il telefono, sorride, si alza e cammina verso un piccolo armadietto bianco con la scritta gialla in caratteri cinesi: 美 团 无 人 机 , drone Meituan. Pochi secondi dopo, un quadricottero scende silenzioso da una trentina di metri, deposita un pacchetto nell’armadietto, ridecolla. Lei apre lo sportellino, prende un sacchetto con due bubble tea e dei dolci, e torna alla panchina. Ha ordinato dall’app una decina di minuti prima.

Non è un esperimento. È un servizio operativo dal 2021, oggi attivo nei principali parchi della città — Shenzhen Bay, Lianhua Hill, Shenzhen Central Park, Talent Park nel Nanshan, fino a luoghi turistici come Window of the World. I cinesi lo chiamano “low-altitude economy”, economia di bassa quota: un settore industriale a tutti gli effetti, in cui Shenzhen è la capitale globale di fatto, con migliaia di aziende che producono droni e pochi mesi fa Pechino ha approvato la prima licenza al mondo che autorizza un singolo operatore a volare commercialmente sull’intero territorio nazionale, senza richiedere permessi corridoio per corridoio. Una cosa che, in Europa, non si è ancora cominciato a discutere.

La seconda cosa che ti spiazza, sempre dall’alto verso il basso, è che alcuni dei taxi che ti sfiorano per strada non hanno nessuno al volante. Nel quartiere di Pudong, a Shanghai, da luglio 2025 è entrato in servizio commerciale, completamente senza autista, il robotaxi di Pony.ai — azienda quotata al Nasdaq, prima al mondo a poter operare in tutte e quattro le grandi città cinesi: Pechino, Shanghai, Guangzhou e Shenzhen. Sali, l’app ti dice il numero della targa, vedi arrivare una berlina elettrica con due piccole cupole sul tetto piene di laser e telecamere, sali sul sedile posteriore, lo schermo davanti a te dice in inglese e mandarino “Premi START per iniziare il viaggio”. Premi. La macchina parte. Nessuno, davanti, gira il volante. La sensazione, la prima volta, è disturbante. La seconda è normale. La terza è che ti sembri strano, tornando a Roma, vedere un autista in carne e ossa al volante di un taxi.