di Paolo Cento
La transizione ecologica non si governa con annunci, ma con regole chiare, controlli efficaci e una cultura amministrativa che consideri l’ambiente un parametro essenziale. ANAC è già impegnata su questo fronte e continuerà ad esserlo: non per aggiungere vincoli, ma per costruire un mercato più innovativo, più competitivo e più responsabile.

Presidente, a conclusione del suo mandato ci può fare un bilancio dell’attività di Anac in questi anni?
In questi anni abbiamo cercato di mostrare che la lotta alla corruzione non è solo un dovere etico, né soltanto una questione di legalità, anche se questi aspetti restano fondamentali. È qualcosa di più concreto: prevenire e contrastare il malaffare è anche conveniente, perché la corruzione ha costi enormi – economici, sociali, reputazionali – che ricadono su tutti. Ogni euro sprecato, ogni procedura rallentata, ogni decisione opaca pesa sulla collettività.
Al contempo, abbiamo dimostrato, attraverso proposte e azioni concrete che l’anticorruzione, grazie alle innovative risorse della tecnologia, può essere un volàno di efficienza; non, dunque, un costo, un rallentamento burocratico o un ostacolo allo sviluppo. La digitalizzazione permette di semplificare davvero: procedure più snelle, tempi più rapidi, meno incertezze. E tutto questo senza rinunciare alle garanzie, anzi rafforzandole. La trasparenza digitale rende il sistema più leggibile, più controllabile, più affidabile.
Oltre a questo, c’è anche un ulteriore punto che considero decisivo: abbiamo agito per rendere chiaro come la trasparenza non serva solo alle istituzioni, ma soprattutto restituisca potere ai cittadini. Aprire dati, rendere accessibili informazioni, costruire piattaforme che mostrano come si spendono le risorse pubbliche significa dare alle persone la possibilità di seguire, capire, partecipare. In questo senso la lotta alla corruzione, quando è digitale, diventa anche partecipazione civica, controllo diffuso, responsabilità condivisa.
Sul piano personale, questi anni sono stati un’avventura istituzionale intensa e bellissima. Ho incontrato persone straordinarie, costruito collaborazioni solide, affrontato sfide che mi hanno arricchito. Resta un sentimento profondo di gratitudine. È stato un privilegio servire l’Autorità e il Paese, un privilegio che porterò con me.
In questo bilancio c’è il rammarico di un rapporto non sempre sereno con la politica e questo ha contribuito a rendere meno efficace l’attività anticorruzione?
Un mandato di sei anni significa attraversare stagioni politiche diverse, confrontarsi con maggioranze che cambiano e con sensibilità che non sono mai le stesse. È forse inevitabile che, su alcuni temi, emergano divergenze.
Ci sono stati momenti in cui ANAC si è trovata a dover difendere con decisione le proprie prerogative e il proprio ruolo. In alcune fasi il confronto è stato critico, e abbiamo dovuto ribadire con forza la nostra funzione e la nostra autonomia.
È stato possibile farlo grazie a un elemento chiave: l’indipendenza dell’Autorità, frutto di una serie di meccanismi istituzionali, ma prima ancora dell’impegno personale e di una impostazione culturale che dovrebbe essere condivisa da tutti. È ciò che ci ha permesso di mantenere la barra dritta, di intervenire quando necessario, di segnalare rischi e proporre correttivi senza condizionamenti. Ed è proprio questa indipendenza a costituire il patrimonio più prezioso da difendere anche per il futuro, perché l’attività anticorruzione possa restare un presidio fermo nell’interesse generale, senza mai essere supina alle esigenze politiche contingenti. L’Autorità è chiamata ad assumere decisioni non solo nei confronti del governo nazionale, ma anche di quelli regionali e locali: così, ci siamo trovati innumerevoli volte a dare ragione o torto a maggioranze di colore politico diverso, mostrando ogni giorno come la nostra azione sia stata sempre ispirata al rigoroso rispetto delle regole ed alla loro applicazione imparziale.
Detto questo, il dialogo non è mai venuto meno. Abbiamo assicurato collaborazione leale e costante, con tutte le istituzioni. Siamo grati a chi ha scelto di ascoltarci; e anche quando le nostre proposte non sono state accolte, abbiamo continuato a lavorare con lo stesso impegno. Perché l’indipendenza si esercita con fermezza, ma senza contrapposizioni, mantenendo sempre aperto il canale del confronto.
Il Pnrr è arrivato a conclusione e c’è la corsa contro il tempo a chiudere i cantieri mentre più in generale si è aperto il dibattito sui tanti, troppi, commissariamenti delle opere pubbliche: siamo alla deroga sui controlli e la trasparenza?
Il Pnrr ha sicuramente imposto un ritmo serrato ai cantieri. Ma questa corsa contro il tempo si è tradotta, troppo spesso, in una corsa alle deroghe. Lo abbiamo detto più volte: moltiplicare i commissariamenti, ciascuno con regole proprie, non accelera davvero. Crea un mosaico frammentato, dove ogni opera segue una disciplina diversa e la velocità rischia di essere solo apparente. La vera rapidità nasce da regole chiare, processi stabili, decisioni tracciabili.
Inoltre, anche laddove sia davvero giustificata, la deroga deve restare una facoltà, non un automatismo.
E ogni potere straordinario deve avere un contrappeso altrettanto forte: la trasparenza digitale. Le piattaforme, i dati aperti, la tracciabilità del ciclo di vita dei contratti non devono mai essere derogabili. Sono ciò che rende l’eccezione compatibile con la legalità e con la fiducia dei cittadini.
La verità è che la gestione commissariale dovrebbe restare uno strumento eccezionale, riservato a emergenze o situazioni imprevedibili. Estenderla a opere programmabili con anni di anticipo, rischia di snaturarne la funzione. L’esperienza dimostra che, spesso, le regole ordinarie funzionano meglio: garantiscono continuità, riducono i rischi, talvolta persino i costi.
Ma riguardo al Pnrr, oltre ai commissariamenti, ci sono anche altri elementi che non possiamo ignorare.
Tutti sapevano che le risorse del Piano avrebbero attirato appetiti illeciti, e così è stato, purtroppo, almeno in alcuni casi. La garanzia assoluta di legalità non esiste, ma occorre costruire un sistema dove ogni passaggio sia tracciabile, controllabile, verificabile. Dove la trasparenza digitale sia la regola, non l’eccezione. Dove i cittadini possano seguire i progetti, sentirsi parte attiva, partecipare. Perché il vero lascito del Pnrr deve essere questo: un’amministrazione più forte, più imparziale, più moderna, capace di prevenire i rischi prima che diventino danni.
In questo quadro, ANAC non si è limitata a controllare. Attraverso strumenti collaborativi abbiamo cercato di affiancare e supportare le amministrazioni, per incentivare una nuova cultura amministrativa e per evitare che il Pnrr finisse nella palude dove si confondono spesa improduttiva e investimento reale, mera distribuzione di fondi e riforme effettive. E lo abbiamo fatto con un obiettivo chiaro: spendere bene; garantire concorrenza, trasparenza, responsabilità.
C’è però un rammarico: le piccole e medie imprese sono rimaste troppo ai margini del Piano. È stata una mancata occasione. Questo ha indebolito la concorrenza e ha privato il Paese di energie imprenditoriali che avrebbero potuto contribuire alla modernizzazione del sistema.
I criteri ambientali minimi faticano a diventare una prassi consolidata così come gli obblighi di transizione energetica e climatica: non crede che Anac debba svolgere su questo un ruolo di controllo e prevenzione più efficace mettendo la questione ambientale in cima alla propria agenda?
La sostenibilità non è un capitolo accessorio dell’azione pubblica: è la sua ineludibile direzione di marcia. L’Europa lo ha capito prima di altri e la nostra Costituzione, con l’articolo 9, ci ricorda che tutelare l’ambiente significa proteggere le generazioni che verranno. È proprio quando il contesto si fa più incerto, quando qualcuno arretra, che occorre mantenere la rotta: le scelte che seminiamo oggi diventeranno crescita sostenibile domani.
In questo spirito, ANAC ha già posto la questione ambientale molto in alto nella propria agenda. Da tempo lavoriamo con il Ministero dell’Ambiente per rendere i Criteri Ambientali Minimi una pratica reale, non un adempimento burocratico. Spingiamo le stazioni appaltanti a inserirli nei bandi attribuendo ad essi valore significativo: non è un dettaglio tecnico: è la leva che consente di premiare le imprese che innovano, che investono in efficienza energetica, che costruiscono la competitività del futuro.
Negli ultimi anni abbiamo adottato delibere importanti per chiarire che i CAM non sono un’opzione, ma un obbligo: devono essere riportati integralmente nella documentazione di gara, senza richiami generici o interpretazioni elastiche. Lo abbiamo ribadito per i servizi di pulizia, per le forniture, per i veicoli: quando esiste un decreto CAM, le amministrazioni devono applicarlo.
Accanto a questo, sosteniamo con forza gli appalti verdi: diffondiamo linee guida, promuoviamo criteri premianti, etichettature ambientali, strumenti di verifica. E continuiamo a chiedere che i CAM vengano ampliati e aggiornati, così da coprire sempre più settori dei contratti pubblici.
La transizione ecologica non si governa con annunci, ma con regole chiare, controlli efficaci e una cultura amministrativa che consideri l’ambiente un parametro essenziale. ANAC è già impegnata su questo fronte e continuerà ad esserlo: non per aggiungere vincoli, ma per costruire un mercato più innovativo, più competitivo e più responsabile.
Lei spesso ha parlato della necessità di dare un forte impulso alla digitalizzazione dei contratti pubblici. Perché ci sono ancora resistenze?
La digitalizzazione dei contratti pubblici è stata una delle nostre priorità fin dal primo giorno. Lo avevamo detto già nel 2020: il futuro degli appalti passa da due scelte decisive, digitalizzare l’intero ciclo di vita del contratto e qualificare davvero le stazioni appaltanti. Da allora il percorso è partito, ha accelerato, è diventato obbligatorio con il nuovo Codice ed è pienamente operativo dal 1° gennaio 2024. Ma ogni trasformazione profonda incontra resistenze: non perché manchi la visione, ma perché cambiare abitudini richiede tempo.
Le resistenze nascono da due fattori. Il primo è tecnologico: molte piattaforme non sono ancora nativamente digitali. Riproducono online procedure pensate per la carta, costringendo i RUP a lavorare su più sistemi, a duplicare atti, a caricare documenti già predisposti altrove. Così la digitalizzazione non semplifica: appesantisce. E i dati arrivano frammentati, incompleti, difficili da monitorare. Per questo chiediamo piattaforme davvero intelligenti, capaci di guidare il procedimento, generare atti, integrare verifiche e dialogare pienamente con la nostra Banca Dati Nazionale dei Contratti Pubblici (BDNCP).
Solo così la digitalizzazione sarà reale, non formale.
Il secondo fattore è culturale. Molte amministrazioni faticano a condividere i dati, li considerano un patrimonio da custodire, non da mettere in rete. È una logica da silos che appartiene al passato, ma che ancora resiste. Nei primi mesi dell’ecosistema digitale lo abbiamo visto chiaramente: enti che opponevano regolamenti interni, dubbi sull’accesso, timori sull’interoperabilità. Il Correttivo ha iniziato a sciogliere questi nodi, ma servirà tempo perché la cultura della condivisione diventi patrimonio comune.
La verità è che la digitalizzazione non è un traguardo, è un processo. Richiede investimenti, competenze, ma soprattutto un cambio di mentalità. Per questo abbiamo proposto, tra l’altro, un’Analisi d’Impatto della Digitalizzazione, per valutare ex ante gli effetti delle innovazioni e accompagnare le amministrazioni nella transizione.
Lo stesso vale per il BIM, la progettazione realizzata attraverso la modellistica digitale, in grado di proiettare i propri effetti sull’esecuzione e poi anche sulla successiva manutenzione delle opere. Oggi è obbligatorio sopra i 2 milioni: può ridurre errori, varianti, contenziosi, ma molti enti non hanno ancora le competenze per sfruttarlo davvero.
Le resistenze, dunque, non sono un rifiuto del cambiamento: sono la prova che il cambiamento è profondo. E proprio per questo va accompagnato. La digitalizzazione è la condizione per avere appalti più trasparenti, più controllabili, più efficienti. È un investimento sul futuro del Paese, e come ogni investimento richiede tempo, cura e una visione.