Il rischio idrogeologico, la geopolitica e il caos climatico

di Paolo Cento

La vicenda di Niscemi è solo l’ultima immagine (almeno per il momento in cui la nostra rivista va in stampa) che ci consegna la fragilità del nostro territorio accelerata dagli eventi climatici sempre più estremi.

I numeri parlano chiaro sui costi economici, umani e di bilancio pubblico e privato: non basterà certo il ricorso massiccio a polizze assicurative sempre più costoso a metterci al riparo da questo conto.

Ogni anno il costo di frane e alluvioni va da 1.5 miliardi a 3 miliardi; le previsioni più attendibili parlano da qui al 2050 di un costo che può arrivare ai 100 miliardi di euro.

Per mitigare questo disastro ambientale,umano ed economico si stima la necessità di un intervento pluriennale di circa 26 miliardi di euro tenendo anche conto che il 94% dei Comuni Italiani è a rischio idrogeologico e che ci sono almeno 1,3 milioni di cittadini a rischio frane e almeno 6 milioni di cittadini a rischio alluvioni.

Case che crollano ma anche imprese di ogni dimensione costrette a interrompere le proprie attività se non addirittura a chiuderle, investimenti economici insostenibili per ridurre il rischio climatico che peraltro proprio dal 2026 secondo le indicazioni della Vigilanza bancaria europea diventa un parametro obbligatorio per valutare una linea di credito finanziario.

Intervenire su tutto questo non può più essere un optional ma deve essere un investimento certo per il presente oltre che per il futuro.

Economia circolare,ri-duzione della CO2, passaggio dalla mobilità tradizionale a quella elettrica,piano di recupero dal dissesto idrogelogico sono le Grandi Opere non più rinviabili.

In questo numero ancora una volta proviamo ad essere concreti nel raccontare che questo è possibile: diamo voce a imprese,consorzi, istituzioni pubbliche che ogni giorno lavorano e danno un contributo in questa direzione e che me-riterebbero tutto il sostegno della classe dirigente del nostro Paese.

Non è mai troppo tardi, ce la possiamo fare.

Certo non ci aiuta,dobbiamo ammetterlo,il contesto internazionale e geopoli-tico.

La guerra rimane uno strumento ad uso e consumo di chi,fatto saltare il banco delle grandi agenzie internazionali, vuole costruire un nuovo ordine mondiale.

Le autocrazie stanno consumando le grandi democrazie liberali sotto la spinta di un crisi di sovrapproduzione che necessita di una una veloce ri-conversione produttiva dal civile al bellico.

E nuovamente la geopolitica si in-crocia con la grave crisi climatica come dimostra il nuovo fronte di crisi che si è aperto per il controllo della Groenlandia, delle sue risorse più o meno rare che riemergono dalla scongelamento dei ghiacci così come le nuove rotte marine che diventano percorribili per i cargo commerciali.